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INTRORallentare il tempo della visione, recuperare la perduta affettività, rientrare in contatto con lo stupore, ricongiungere l’ immagine ad un occhio che guarda, possono essere i primi passi verso un cambiamento.
I poteri dell’immagine possano travalicare la sfera del visivo, coinvolgendo l’intero destino, e ci danno la possibilità di farci cominciare ad interrogare e guardare ciò che non pretende lo sguardo ma in silenzio accompagna i nostri passi quotidiani . CriticaLe immagini di Chiara Notararigo sviluppano il tema della ricerca esistenziale dell'uomo contemporaneo che può sfociare nel dolore oppure nella consapevolezza morale.
Quasi a riprendere l'ideologia espressionistica, Chiara folgora individui in primi piani o in gesti che sembrano cristallizzarsi e ne sviscera i sentimenti interiori sviluppando il suo lavoro con riproduzioni che, quasi come i dipinti Fauve, cambiano colore dagli originali, quasi a dimostrare l'instabilità e la sfocatura propria della realtà.
Comune è il senso di indefinibile indagine e di sospensione interrogativa che si riflette sia nella totale mancanza di definizione spaziale, sia nella casualità mnemonica dei soggetti ripresi in strada e nelle loro quotidiane movenze.
Critica per "Arte al Cubo"
Evento artistico a 360gradi.
Ricordi (?)
Acireale (Ct)
19-27/05/2007 ANONIMO CON TITOLO sperimentazione di fototerapiaGuardare più lentamente...
con amicizia, con affetto, da donna, da bambina...
Guardare e lasciarmi guardare attraverso l'obiettivo
della macchina fotografica...
...e scoprirmi cambiata......
per effetto dell'altrui sguardo..
.....è stata questa la mia esperienza . cenniLA FOTOGRAFIA
COME OGGETTO DI INDAGINE E INTROSPEZIONE
Da quando esiste l’immagine fotografica, torna a presentarsi lo stesso problema: è una visione della realtà o una visione interiore e introspettiva di chi scatta la foto?
Ed essendo la fotografia un medium concreto per raccontare e documentare eventi realmente esistenti, può essere anche un mezzo per raccontarsi in prima persona?
E se il fotografo diventa oggetto stesso di indagine, di documentazione fotografica per capirsi e conoscersi?
Sono diversi i fotografi che negli ultimi anni hanno sperimentato un discorso di indagine ed introspezione.
Già nell’Ottocento comunque, Nadar, fotografo ma anche psicologo, anticipava la ricerca “dell’andare oltre l’immagine”, nei ritratti statici dei modelli fatti in studio, dai quali riusciva a tirar fuori il loro vero sentimento e immortalando nell’istante stesso dello scatto ciò che il soggetto era veramente.
La fotografia, sebbene non ancora considerata una vera e propria forma d’arte, era per Nadar un universo dalle molteplici possibilità ancora tutte da sperimentare.
Nadar si innamorò della macchina fotografica e iniziò a immortalare tutto e tutti.
Amava conversare con le persone che ritraeva, facendole sentire completamente a loro agio, studiava la luminosità, donando ai suoi ritratti una spontaneità mai vista che non si è potuta riscontrare in quelli dei colleghi contemporanei che puntavano l’attenzione più sull’esteriorità, per poter documentare ed esaltare lo status sociale dei soggetti, utilizzando anche accurate scenografie che potessero contribuire a dare un’idea della vita condotta dai soggetti.
Un altro grande fotografo contemporaneo, Mario Giacomelli, cercava invece nella realtà che lo circondava, qualcosa che lo identificasse, uscendo fuori dalla meccanica documentazione.
Nella serie sui contadini, effettuava una ricerca sull’astrazione dei tagli degli alberi. Nel lavoro sui seminari sacerdotali, grandi cortili bianchi percorsi da giovani seminaristi vestiti di nero, sfocava la messa a fuoco e otteneva un bianco profondo dello sfondo del cortile e delle macchie scure in movimento (i sacerdoti), estrapolando così il vero significato dell’immagine e dandole una propria interpretazione, che continuava nell’intimità del suo laboratorio.
Lì creava una nuova scrittura fotografica, fatta proprio dal nero dell’inchiostro della sua infanzia e dal bianco “bucato” che ribaltava il soggetto verso l’astrazione e invitava al movimento.
Se Giacomelli parlava della propria interiorità, attraverso le scene isolate nel mirino, c’è chi, come Cindy Sherman, poi morta suicida, tentava attraverso il mezzo fotografico un percorso di “auto-analisi”.
Fotografandosi di continuo, cercava di capire chi era veramente, e quale occhio più obiettivo se non quello della macchina fotografica?
Attraverso scatti fotografici d’impatto, ritraeva spesso la sfera della sua più profonda intimità.
Ecco come il mezzo fotografico diventa strumento di introspezione, di ricerca di sé, ma non solo, in alcuni casi anche terapeutico, un tentativo di psicoterapia documentata da immagini.
A questo proposito, una giovane artista italiana Paola Pasini, affronta e
indaga “tramite il medium fotografico l’animo umano, ponendo l’occhio dell’obiettivo in una posizione strategica,da riuscir a svelare la realtà interiore attraverso la visione dei linguaggi del corpo”[1].
Dalle fotografie della Pasini, esposte presso la galleria PaciArte di Brescia, si evince l’angoscia dilatata dell’incomunicabilità che porta a riflettere su casi di depressione, anoressia e bulimia.
L’autrice non si limita quindi alla pura rappresentazione fotografica, ma instaura un legame, profondo ed interiore, con il soggetto.
“Un gesto, un intreccio di dita o un urlo muto, divengono modo di trasmettere un disagio”[2].
In questo caso, la fotografa, oltre a fare un’indagine sul soggetto lo aiuta a cercare di capire e tirare fuori le proprie paure.
[1] Mostra brescia – personale di Paola Pasini presso la galleria PaciArte-
[2] Ibidem visione
CONSIDERAZIONI
La visione è un’attività creativa della mente umana, è l’atto di vedere di ogni uomo che anticipa in forma modesta quella tanto ammirata capacità dell’artista di creare delle interpretazioni attraverso forme organizzate. La creazione di immagini, artistiche o di altro tipo, non parte dalla proiezione ottica dell’oggetto rappresentato,ma è un equivalente, reso tramite le caratteristiche del medium fotografico . È proprio da questo concetto che parte la mia riflessione sulla fotografia, pur avendo iniziato il mio percorso creativo con la pittura, una continua ricerca di forme, segni, colori, materia, per trovare un proprio linguaggio, ho sentito il bisogno di andare alla radice della rappresentazione stessa del reale. Osservando i maestri come Henri Cartier-Bresson, Mario Giacomelli, Cindy Sherman, ho trovato una maggiore libertà di espressione, di linguaggio e perché no, di introspezione.
Chi guarda le mie foto vede i miei pensieri, tutto passa per la mente ed allinea sulla stessa linea di mira lo sguardo, la mente e il cuore.
Chiara Notararigo |
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